(tratto da Repubblica) + grassetto mio
Michael Jordan diceva di essere diventato il migliore perché aveva sbagliato novemila tiri. Lei dice che Mozart da bambino era un pessimo compositore. Ma chi ascoltava i Beatles ad Amburgo, all’inizio, non doveva avere comunque la sensazione che, ehi, quelli sarebbero stati i Beatles?
“No. Quelli che diventeranno fuoriclasse possono essere mediocri lungo la strada per riuscirci. Se un talent scout ad Amburgo si fosse alzato prima della fine del concerto rinunciando a segnalare quei quattro a una casa discografica non avrebbe sbagliato. Che il talento sia visibile sotto una superficie trasparente è un’illusione. Lo vedi alla fine, quando sboccia. Devi aspettare“.
Potrà sembrare curioso chiederlo a uno che ha scritto una “teoria del successo”, ma è una cosa così importante averlo? È necessario essere approvati da una società che giudica con questi criteri? E guardando chi ha successo oggi, non esattamente dei Beatles, non è legittimo aver voglia di fallire?
“Concordo sul fatto che il successo non sia un punto d’arrivo. Il punto d’arrivo è fare qualcosa di significativo. Non è avere ricchezza o fama, ma trovare un senso per il proprio operato. Chi ci riesce ha il vero successo. E sono meno di quelli che ottengono soldi o celebrità”.

RSS feed dei commenti a questo articolo. / TrackBack URI